il grande esodo

Pubblicato il da camilliadi

nutile dire che questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi. Se infatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel contempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza, il primo impatto dei nostri emigianti con la terra sognata fu molto duro.

Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall'incapacità di esprimersi in inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercè di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle ora truffandoli vergognosamente, ora "affittandoli" a questa o quell'impresa edile per malpagati lavori di pick and shovel, di picco e pala. L'impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti le cui condizioni di vita sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, l'oltre mezzo milione di italiani che vi si insediò scelse di stabilirsi nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn. Questo improvviso affollamento della zona fece naturalmente la fortuna dei padroni di case, ma trasformò quel quartiere in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l'ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti. I resoconti dei visitatori che soggiornarono a quell'epoca nella Little Italy offrono un quadro agghiacciante della situazione. Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, ha scritto: "E' impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quella zona". Questo era l'ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un agglomerato di gruppi regionali diversi dove ogni domenica si festeggiava qualche santo patrono, dove riecheggiavano grida in tutti i dialetti del sud italiano, ma dove non si udiva quasi mai una parola inglese. Un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre, dove oltre cinquemila carretti a mano si aggiravano per le strade fangose vendendo di tutto: dai lacci da scarpe ai provoloni. Questa era la sognata America che veniva incontro ai nostri emigranti appena sbarcati o appena rilasciati dai Lager di Ellis Island dove venivano internati prima di ricevere il permesso ufficiale d'ingresso nel Paese. Dimenticati dal loro governo, che si limitava a rallegrarsi per "l'attivo" della bilancia dei pagamenti favorito dalla politica "dell'esportazione delle braccia", snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli, questi nostri sfortunati connazionali finirono ben presto per ritrovarsi, come al paese d'origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi. E' infatti inutile dire che questi ghetti italiani, formatisi a New York e nelle altre città della costa orientale, rappresentarono quasi subito un grosso problema per la polizia americana. In questi ghetti, infatti, centinaia di malviventi mafiosi, approdati tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di "pecore nere", come li chiamava Giolitti, trovarono subito il terreno adatto per trapiantarvi i loro illeciti sistemi. Incapace di comprendere la lingua e gli usi dei nuovi ospiti, la polizia americana si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario, lasciando praticamente liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali. Insomma: che gli italiani se la sbrigassero pure fra di loro. L'importante era impedire che i loro sistemi sconfinassero nelle zone più civili della città. Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile. Furono subito gratificati con ogni sorta di nomignoli spregiativi. I più diffusi ancora in uso sono Guinea, Wop e Dago. Ricostruire l'etimologia di questi nomi è molto complesso e sono state avanzate le ipotesi più diverse. Guinea è quello di origine più recente: a meno che non si volesse fare riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano considerati "non bianchi". L'origine di Wop ha due spiegazioni: chi vuole che sia una deformazione fonetica di "guappo" (Wop si pronuncia e chi sostiene che sia semplicemente una sigla, WOP infatti significava without official permission (senza permesso ufficiale) ed era una sorta di marchio d'infamia che veniva stampigliato con tale sigla accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili. Dago è invece di origine incerta. E' una deformazione di Diego, nome molto diffuso tra gli spagnoli, assieme ai quali gli italiani vengono accomunati.( Arrigo Petacco)

Questa era la nostra situazione agli inizi del 900, vi ricorda qualcosa, ci sono voluti cento anni per una parvenza di integrazione...qualcuno sarebbe bene riflettesse su queste righe, la storia insegna, a quelli che vogliono imparare...se vedemu

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