Di carcere si muore

Pubblicato il da camilliadi

 

L’autopsia, con il responso di «tumore al cervello», ha tolto il mistero sulla causa della morte, il 18 scorso, di Uzoma Emeka, il detenuto nigeriano di 32 anni che il 22 settembre avrebbe assistito al pestaggio di un detenuto italiano nel carcere teramano di Castrogno. La sua morte ha generato prese di posizione e interrogazioni al Guardasigilli Alfano, sia per l’assistenza riservata al giovane sia per le condizioni in cui vivono i detenuti e operano gli agenti nel carcere abruzzese. I sospetti erano dovuti, soprattutto, al fatto che la vicenda riguarda una struttura nell’occhio del ciclone, sovraffollata (400 detenuti invece di 230), sottodimensionata (155 agenti invece di 203), con oltre il 50 per cento dei reclusi malati e con la presenza di un «corvo» che diffuse la registrazione - fatta con un telefono cellulare - sul pestaggio di settembre.

 

La morte di Emeka resta comunque un caso: non legato a quella aggressione - come ha sottolineato oggi ai cronisti il pm che indaga su questo episodio, Roberta D’Avolio -, ma perchè il giovane sarebbe morto nell’indifferenza. Che Emeka fosse malato e che avesse avuto altri episodi degni di approfondimento sanitario lo ricordano tutti: molti, anche tra il personale di custodia, pur smentendo i collegamenti con il pestaggio, rivelano che «già una volta Uzoma era svenuto sotto la doccia», apparentemente senza motivo. La Procura vuole vederci chiaro, così come i parenti, da tempo in Italia. Vogliono sapere cosa è accaduto nelle due ore che il loro congiunto ha trascorso tra la cella e l’infermeria del carcere prima di essere trasferito all’ospedale, dove è morto appena arrivato al pronto soccorso.

 

Uzoma Emeka è il secondo detenuto di colore che muore in poco più di tre mesi nel penitenziario teramano: ai primi di settembre si era suicidato Abib Khole, senegalese, accusato di pedofilia. Si dichiarava innocente, era anche evaso dal pronto soccorso dove era stato trasferito per un malore, ed era stato riacciuffato dopo tre giorni. Per lui si erano mossi parlamentari e associazioni parlando di «istigazione al suicidio» e di «morte in solitudine»; gli stessi che oggi per Emeka denunciano anche l«’abbandono terapeutico». Questo aspetto è evidenziato da Luigi Manconi (associazione «A buon diritto»), per il quale «il caso odierno è la conferma del grave stato di ’abbandono terapeuticò nel quale versava il detenuto e versa l’intero sistema penitenziario italiano». Che Emeka fosse da trasferire da tempo, anche perchè testimone a rischio di pressioni, lo afferma Patrizio Gonnella (associazione «Antigone».

 

Al ministro Alfano - che aveva sospeso il comandante degli agenti di Teramo - l’onorevole Rita Bernardini (Radicali-Pd), - della Commissione Giustizia - e il senatore Francesco Ferrante (Pd) chiedono di avviare un’indagine interna per accertare «le effettive cause della morte del detenuto nigeriano».

 

(La Stampa)

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